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GLI SPECIALI BONDOLA/=\SMARSA Miti dell'HELLAS: Gianfranco ZIGONI detto 'Zigo' forse il più amato del Verona di tutti i tempi...

Pubblicato da andrea smarso venerdì 15 febbraio 2008 11:25, vedi , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Nessun commento

Gianfranco 'ZIGOGOL' Zigoni

 

Data di nascita:25/11/1944
Luogo di nascita:Oderzo (TV)
Nazionalità:Italiana
Ruolo:Ala sinistra/Centravanti
Altezza:176 Cm.
Peso:78 Kg.
Posizione:

Carriera da allenatore:

 SquadraStagionePartite  
Basalghelle--  
Ponte di Piave--  
Giovanili Opitergina--  

Zigogol in una recente intervista...

Carriera da giocatore:

 SquadraStagionePartiteGoal 
U.S. Piavon1983-198713929 
Opitergina1980-198313929 
Brescia1978-1980404 
Hellas Verona1972-197813929 
Roma1970-19724912 
Juventus1966-19708222 
Genoa1964-19665816 
Juventus1961-196440 
Giovanili Patronato Turroni Oderzo/PordenoneFino al 1961-- 

Gianfranco ZigoniZigo: 1-2 e gooool!

Vi ricordate di un certo Zigoni? Hi hi hi...
Uno dei calciatori più amati nella storia dell'Hellas forse il più amato di sempre... Ma aldilà delle sue "pazzie" era uno che sapeva giocare a calcio e che, vivendo forse un po' più da atleta e un po meno alla George BEST, sarebbe probabilmente diventato uno dei più grandi di tutti i tempi (anche se per la verità è stato uno dei più forti calciatori italiani di sempre), alcuni lo hanno infatti accostato, a torto o a ragione, a gente del calibro di MARADONA e PELE'... Una delle sue frasi celebri è «Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri» [Commenta in coda a questo post o sul Forum BONDOLA/=\SMARSA, contenuti liberamente riproducibili salvo l'obbligo di citare la fonte: BondolaSmarsa.BlogSpot.com]
10:14 | 30/03
Esclusiva - Verona, l'ex Zigoni: "Hellas superiore al Livorno. Gomez, Cacia e Mandorlini…”
Dopo il pareggio contro il Sassuolo, l’Hellas Verona si gode le vacanze di Pasqua. Una piccola pausa, per ricaricare le pile, e poi si tornerà sul campo di allenamento per preparare la sfida contro la Ternana. La redazione di CalcioNews24.com ha contattato Gianfranco Zigoni, ex attaccante della formazione scaligera. Ecco quanto dichiarato in esclusiva.

Quali sono le sue considerazioni circa l’Hellas Verona?
“Non seguo molto il Verona, ma è sempre nel cuore. In partenza era la favorita, adesso è in lotta per la Serie A. Onestamente pensavo di più con la rosa che ha, speravo fosse al posto del Sassuolo, ma ogni anno c’è la sorpresa. Non mi aspettavo che fosse a pari punti con il Livorno, l’Hellas è superiore ai granata. Non sono entusiasta al cento per cento”.

Quali sono le difficoltà che ha incontrato la squadra?
“Bisognerebbe chiedere all’allenatore, dall’esterno magari è difficile dare una risposta”.

Giovedì un pareggio contro la capolista Sassuolo…
“Non ho avuto modo di vedere la partita, ma voglio essere onesto: il pareggio era una cosa scritta già dall’inizio. Anche io ho pensato che facessero 1-1. E’ un pari ottimo e fortunato perché il Livorno ha pareggiato, e se avesse vinto il Verona avrebbe perso la seconda posizione. Vedo molto in forma anche l’Empoli e credo che alla fine del campionato ci siano i play-off”.

Il secondo posto è ancora bagarre fra Verona e Livorno, chi delle due riuscirà a tenere duro?
“Per squadra, tradizione e personalità il Verona è più attrezzato del Livorno. Però vorrei vedere il calendario, a volte ci si ritrova a giocare contro squadre che devono salvarsi o che lottano per i play-off”.

Hellas Verona-Ternana e Livorno-Ascoli…
“Il Verona vince con la Ternana. Per quanto riguarda il Livorno si ritroverà davanti a se una squadra difficile, soprattutto in questo periodo. Credo che l’Hellas, alla fine, la spunti”.

Juanito Gomez, rispetto all’anno scorso, sembra essere meno cinico…
“Come per tutti gli attaccanti, anche lui ha i suoi alti e bassi. L’importante è vedere come gioca, il gol può essere un momento di fortuna. Voglio fare riferimento a Ciro Immobile: a Grosseto ha fatto solo un gol, invece con Zeman, a Pescara, ne ha siglati ventotto. Quest’anno, con il Genoa, fa fatica anche perché la Serie A è un campionato molto difficile. Ci sono momenti in cui il gol viene facile, ma ripeto, l’importante è giocare bene per la squadra. Da ciò che leggo Gomez fa belle prestazioni, ma non fa gol. Cacia segna, ma non gioca benissimo, ha segnato per merito dei compagni. Io non guardo chi segna, ma qui in Italia è così: si va a guardare solo chi fa gol, magari non si vede se sono stati fatti tutti su rigore o no. Trovo antipatici quelli che criticano Giovinco, ma cosa deve fare? Salta gli uomini, mette in crisi la difesa, non farà tanti gol però gioca benissimo. Sono d’accordo con il tecnico Antonio Conte, lo schiererei sempre in campo. Quando giocavo io non facevo tanti gol, però li facevo fare. Per me Gomez è più forte di Cacia, quest’ultimo andrà a segno perché sfrutta le azioni della squadra”.

Mandorlini deve continuare con lui? Quest’anno è stato messo in discussione…
“Ho letto le sue ultime interviste e non ha la stessa grinta dell’anno scorso, lo vedo più pacato e tranquillo, ma questa è una mia impressione. Forse anche l’essere stato messo in discussione gli ha levato la grinta che aveva prima. Non conosco Mandorlini, ma quello che sta facendo lo fa abbastanza bene. Poi per i presidenti cambiare allenatore è come mangiare la pasta asciutta, è facile”.

FONTE: CalcioNews24.com


PRIMO PIANO
Brescia-Hellas, il derby di Zigoni l'eretico
29.11.2012 18:25 di Redaz. TuttoB.com
Fonte: Carlos Passerini - Corriere della Sera
«Se fai il barista ed entra Gianni Agnelli, tu il caffè mica glielo fai pagare. Se entra un muratore sporco di calce, paga eccome e non vedi l'ora che va fuori dalle palle. È per questo che il mondo va così, di merda». Zigoni, ma lei non cambia mai? «A me non me ne frega niente, io non odio nessuno, solo gli arbitri che sono dei tiranni al servizio delle grandi squadre. Però dammi del tu, amico mio, sennò metto giù». Una volta ti sei beccato sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa per aver suggerito al guardalinee uno stravagante utilizzo della bandierina. «Ci compravo due appartamenti con quei soldi, ma la libertà di opinione ha un prezzo».

Ce ne vollero sessanta per portarlo al Brescia nel '78, aveva già 34 anni e con quella vita lì alle spalle, da rockstar, in molti pensavano fosse bollito. Anarchico autentico, come Vendrame, come Meroni, girava con la pelliccia e una pistola infilata nei pantaloni, leggeva libri di filosofia, in ritiro sparava ai lampioni, stava con Che Guevara. «Lui e Cristo sono gli unici immortali passati sulla terra». A convincere l'allora presidente Saleri era stato l'allenatore Gigi Simoni, che aveva giocato con lui nella Juve. Serviva una punta in più dietro a Mutti, Mariani e Grop. «Più che altro serviva una chioccia, un fratello maggiore. Io e il Gigi avevamo un accordo: ti di una mano, ma tu non mi scassi. In ritiro andavamo all'hotel Ambasciatori ma a pranzo mangiavo in una trattoria, in un vicolo in centro. Poi andavo all'allenamento e Simoni mi diceva: vedo che hai un po' di panza, fammi indovinare, oggi coniglio con la polenta e tre quarti di rosso. Azzeccava sempre, quel diàol , mai capito chi fosse la spia. Poi ridevamo. Ero già vecchio, in squadra erano tutti ragazzini bravissimi: Malgioglio, De Biasi, Galparoli. Io li tenevo insieme come il fil di ferro, qualcuno lo sento ancora, beviamo un bicchiere insieme qui da me a Oderzo. Un po' di tempo fa ho saputo della tragedia del povero Luciano Bertoni (suicidatosi sotto un treno nel 2008, ndr ), portiere di riserva, bravissima persona. Che disgrazia».

Girava voce che decidessi tu se-quando-come-dove giocare. Il primo anno segni 4 gol in 21 partite e non centrate la promozione in A, la stagione dopo giochi meno e non ne metti dentro neanche uno. Però tutti ti adorano. Quando ti togli la famosa pelliccia e ti alzi dalla panchina tutto il Rigamonti grida «Zigo-Zigo-Zigo». Però una volta col Verona quella famosa mano a Simoni non gliel'hai data. Così vuole la leggenda, almeno. Diciotto maggio 1980. «Verona-Brescia, certo. Leggenda niente, confermo tutto, firmo tutto. Avevo giocato sei anni nell'Hellas, quella era casa mia, a Brescia stavo da dio, ma non potevo andare a rubare nel mio salotto. Tu la prenderesti a schiaffi tua madre?». Effetti collaterali del professionismo. «Mai stato un professionista, io giocavo a pallone e basta. Non mi piaceva neanche tanto giocare, è che ero bravo e non mi hanno più fatto smettere. A calciare mi hanno insegnato i preti, qua al paese». Il derby. «Ah ecco, stavamo andando in A, ci servivano punti. Gigi mi chiama e mi dice: entra. Io lo guardo fisso negli occhi e gli rispondo: se tu mi fai entrare io smetto di giocare a pallone. Bluffavo, tanto sapevamo tutti e due che avrei smesso comunque di lì a un mese. Silenzio. Attorno rimbomba lo stadio, fra Brescia e Verona era già sentita allora, c'era un casino. Lui mi osserva, poi si volta, mi dice va bene e si rimette a guardare la partita. Io mi risiedo felice e contento. Finisce pari, mi sembra». Zero a zero.

Cinque mesi prima, all'andata al Rigamonti, l'avevi fatta simile. «Sì, ma quella volta lì volevo giocare per far capire al presidente del Verona che aveva fatto una cazzata a non tenermi. Io andrò in A col Brescia, gli avevo detto, mentre tu resterai in serie B. È successo proprio così, poveraccio. Però non mi sono impegnato tanto quella partita, e poi ero rimasto nascosto negli spogliatoi per un'ora, entrai alla fine, tipo venti minuti». Parentesi: quel presidente era Saverio Garonzi, ex rigattiere divenuto ricchissimo con la guerra, burbero e autoritario, rapito nel '75 in centro a Verona e liberato dieci giorni dopo nella Bergamasca. Chiusa parentesi. Fra Brescia e Verona fu pari anche al Bentegodi, 1-1, Mutti e D'Ottavio. E sabato? «Ancora 1-1. E se vanno tutte due in A la prossima volta prometto che vengo a Brescia a vedere il derby. E prima andiamo a cercare la trattoria, magari fanno ancora il coniglio». Controllato: lo fanno ancora.

FONTE: TuttoB.com


«Se mi lascia fuori vado in panchina con la pelliccia...»
AMARCORD. Gianfranco Zigoni sempre protagonista, ricordate?
E quando Valcareggi gli disse: «Zigo, oggi non giochi» fu di parola. «I miei compagni non mi credevano, io mi infilai la pelliccia e poi mi misi anche il cappello»

05/02/2012
Scese dal pullman con l'aria stropicciata di sempre. Capelli scombinati, lo sguardo truce, i suoi soliti stivaletti da cow boy. «La vinco da solo» pensò tra sè. «Questa sento che è una grande giornata». Sicuro di giocare. Anzi, sicurissimo. Anzi, ancora di più. «Come fa la Valca senza di me?» pensò tra sè Zigogol. Beh, questo lo pensava sempre, faceva parte del personaggio, lui era Zigogol, mica uno come gli altri. C'era la Fiorentina, ad aspettare. Zigo s'era preparato bene, per quello che poteva essere «bene» per quelli come lui. «Non mi son mai fatto mancare niente» racconta sempre. Magari ci marcia un po', romanzando notti brave e donne ancora più brave, compagni che chiudevano un occhio e allenatori che spesso ne chiudevano due. «Whisky, donne, macchine, mai lasciare indietro niente». E se gli capitava il sabato sera l'occasione giusta, beh, «... la prendevo al volo».

Come quella volta, vigilia della Sambenedettese, «eravamo in camera io e Fanzot. Lui dormiva, io ero sveglio anche per lui. Mi son spiegato? La domenica vincemmo 4 o 5 a 2 e io segnai 2 gol. Quando avevo voglia, chi mi poteva fermare?». Lui era così, come recitava quello striscione, lassù in curva. «Dio Zigo, pensaci tu». Il Valca lo guardò per bene, senza darlo a vedere. Ne aveva viste tante, zio Uccio. Uno che era passato indenne attraverso la staffetta Mazzola-Rivera, secondo voi, poteva mai sentirsi a disagio? Zio Valca conosceva bene i suoi uomini. Li spiava mentre erano in pullman, li ascoltava, li studiava da tanti piccoli o grandi particolari. Capiva quando poteva osare, anche con Zigo, certo. In fondo, l'aveva pure chiamato in Nazionale, quella volta.

«Ma sì - ridacchia Zigo - eravamo in Romania, partita facile...». La notte, racconta lui, la trascorse come sempre, quando si sentiva invincibile, quando si sentiva Zigoni. «Mi ricordo che un mio compagno, mi sembrava che fosse Juliano, mi vide alla sera con un bicchiere di whisky. «Sei matto?» mi disse. E io: «Non sono mica matto, sono Zigoni, io... Il giorno dopo vincemmo 1-0 e io giocai una grande partita. L'unica in Nazionale...». L'unica, ma non aspettatevi rimorsi e rimpianti. Glielo dissi io al Valca. «Mister, non mi chiami più in Nazionale, ci sono troppi sacrifici da fare, meglio che faccia giocare gli altri...». Andò davvero così? Non fatevi troppe domande, non lo sapremo mai. Quel «faccia giocare gli altri» rimbalzò quel giorno nella testa di zio Uccio.

Sarà che la settimana prima, senza Zigo, il Verona se l'era cavata. O meglio, Luppi e Macchi, in coppia, «m'erano piaciuti». Sarà, come a volte succedeva, che in settimana l'aveva visto un po' «via di testa». Sarà quel che sarà, pensò zio Uccio. «Gianfranco, oggi vieni in panchina con me». Il tono giusto e la voce ancora più giusta, l'aria convinta e convincente. Un papà, più che un allenatore. «Non gli potevi voler male, anche quando sparava... cazzate. Come quel giorno» ricorda Zigo. «Entri dopo». Zigo lo guardò con l'aria da duro, l'aria di sfida, che zio Uccio conosceva bene. L'aria di uno che non ha capito e se ha capito non ci crede per niente. Silenzio. «Cazzo» sospirò Zigo. Senza altre parole. Solo pensieri. «Io in panchina? Ma questo non ha capito un cazzo, se lascia fuori uno come me vuol dire che vuol perdere la partita. Io, il più forte, in panchina. Zigo in panchina? Ma come farà mai a vincere? E poi, perché io in panchina? anche se non mi sono allenato bene, io le partite le vinco da solo se ho voglia... Ma questo, me la fa passare la voglia...».

Zigo s'accomodò al suo posto, senza nascondere l'aria vigliacca di sempre. E mentre qualcuno lì vicino, gli batteva una mano sulla spalla, lui s'inventò la protesta più bella che potesse immaginarsi. «Bene, vado in panchina con la pelliccia». I tre-quattro che aveva lì intorno, finsero di non capire. «La pelliccia? Ma sei matto, il Valca te la fa togliere...». Zigo scrollò le spalle e lisciò la pelliccia. «Mi metto la pelliccia e anche il cappello da cow boy e poi vediamo come va...» aggiunse in tono di sfida. «La pelliccia era il regalo di un'amante. Tieni, mi aveva detto, come te non c'è nessuno... Il nome? Era una veronese, ma i nomi non si fanno. Il cappello invece, l'avevo comprato a New York, durante una tournée con la Juve».

Cominciò a spogliarsi. Lentamente. «Zigo, scommettiamo che non ce la fai ad andare in panchina con la pelliccia?» gli disse il Livio Luppi, che a lui poteva dire di tutto. «Se mi date dieci carte da mille, vi faccio vedere chi comanda» rispose Zigo. C'erano lì anche il Masca e pure il Klaus. «Bachlechner, un bravissimo ragazzo, era famoso per il suo braccino corto. Ero sicuro che di fronte all'idea delle diecimila lire, si sarebbe tirato indietro...». Ci pensò il Livio a stuzzicarlo. «Vero Klaus, che per Zigo in panchina con la pelliccia, dieci carte ce le metti anche tu?». Il Klaus sorrise, infilò la mano in tasca e prese diecimila lire. «Tieni Zigo, eccole...». A quel punto, il gioco era fatto. «Se ci stava anche Klaus, voleva dire che ne valeva la pena» racconta oggi Zigo.

Continuò a spogliarsi. S'infilò stancamente la maglia e sopra la tuta. Zio Valca ripeteva le solite cose. Zigo non ascoltava, perso nei suoi pensieri. «Non mi serve». Legò le scarpe, con fare solenne. Sentì l'arbitro fischiare, vide i compagni avviarsi. Prese dall'attaccapanni la sua pelliccia. Vriz che andava in panchina con lui sorrise. «Che fai?». Zigo se la infilò sopra la tuta. Prese il cappello da cow boy che aveva comprato a New York, sistemò anche quello. E s'avviò. Zio Valca fece in tempo a vederlo ma forse non a capire. Quando realizzò, Zigo era già nel tunnel. Anzi, forse già sulla scaletta. Dopo un attimo, un boato. Il Bentegodi lo vide entrare in campo così. Zigo s'avviò col passo lento verso la panchina, come fosse la cosa più normale del mondo. S'accomodò, ultimo posto a destra. La gente sugli spalti impazziva. I fotografi pure. Si risistemò il cappello. Click. Forse non lo sapeva, o forse sì. Quella foto è diventata il poster di una stagione bella e impossibile. Una stagione infinita.
Raffaele Tomelleri

Zigogol diventa ... scrittore
14/04/2011
Questo pomeriggio, ore 18, alla libreria Gheduzzi "Giubbe Rosse", grande attesa per il debutto di Gianfranco Zigoni come... scrittore. L'indimenticato Zigogol è l'autore di una delle tre prefazioni del libro "Dal Piave al Rio Negro" realizzato da Alvise Tommaseo Ponzetta. Un lavoro di storie e di vita, che, in alcuni episodi, vede protagonista proprio Gianfranco Zigoni. "Un'ultima considerazione" scrive Zigoni. "Questo libro è adatto a tutti: ai bambini e ai nonni, ai calciatori e ai cacciatori, fino agli ambientalisti e naturalmente ai veneti, oltrechè ai sudamericani". Fin qua, niente di speciale, direte. Ma dal grande Zigo, aspettatevi sempre un finale a sorpresa: «Quindi, per Natale, ne invierò una copia in regalo ai miei amici Roby Baggio e Pelè».

FONTE: LArena.it

- Zigoni, il genio ribelle con Juve e Roma nel cuore.
Uno dei campioni più amati e discussi degli anni Sessanta e Settanta racconta gli aneddoti più divertenti della sua carriera, tra donne, lunghe squalifiche e tiri al lampione...
VERONA, CHIESA E PELLICCIA - Due stagioni a Roma, poi la cessione al Verona. "Mi sono messo a piangere, ma che vita a Verona". Sei stagioni, il 5-3 inflitto al Milan nel '73 che regala lo scudetto alla Juve, la squadra che Zigo ha amato meno. Per qualche tempo vive in una parrocchia. "Monsignor Augusto mi aveva preso a ben volere. Così ho vissuto nella chiesa di San Giorgio in Braida, stupenda sulle rive dell’Adige (con dipinti di Tintoretto e Veronese, ndr). Mi stavo convincendo ad andare per un mese in un convento di frati camaldolesi. Sono andato a visitarlo, mi ha aperto un frate polacco dalla lunga barba bianca. Era stato calciatore e sapeva tutto di me. Sembrava di stare in un film. Mai poi tante donne si son messe a piangere. Dai Zigo, non puoi lasciarci. Mica potevo far piangere tutte quelle donne. E il mese in convento è saltato". "Un giorno Valcareggi mi dice che non mi avrebbe fatto giocare. E gli dico ridendo: "Ma come? Tiene fuori il più grande giocatore del mondo?". Comunico ai compagni che sarei andato in panchina con pelliccia e cappello da cowboy, in cinque scommettono che non l’avrei fatto. E invece presi posto sulla panchina del Verona conciato in quel modo".

LA COLAZIONE DI GUIDOLIN - Nel Verona di Zigoni c’è anche un giovane centrocampista timido di 18 anni, è Francesco Guidolin, oggi allenatore del Palermo. "Dormivamo in camera insieme. Valcareggi mi consentiva di alzarmi più tardi. Checco, dico a Guidolin, portami la colazione alle 10. E una mattina alle 8 sento Francesco che usciva dalla stanza piano, piano per non svegliarmi". "In un Verona-Lazio, Ammoniaci, il terzino che forse ricordava i due gol che gli avevo fatto quando lui giocava nel Cesena, mi tratteneva per la maglia in continuazione. Non ne potevo più e gli ho mollato un cazzotto. Ammoniaci cade per terra senza dare segni di vita. Guidolin mi venne vicino: "Dio Bon, Zigo è morto". E io: 'Speriamo così non mi trattiene più per la maglia'". Quattro giornate di squalifica. Ne prende invece sei dopo un Verona-Vicenza. "A una mia protesta, un guardalinee mi si avvicinò e mi disse 'Cadi sempre, non stai in piedi'. Era vero, ero stato con una donna fino alle cinque del mattino, Lo mandai a quel paese. A fine partita sto parlando col mio amico Faloppa del Vicenza. Arriva il guardalinee e mi chiese cosa gli avessi detto durante la partita. E io: 'Come ti permetti di interrompermi mentre sto parlando. La bandierina te la cacci su per il culo'. Mi costò sei giornate di squalifica e sei mesi di stipendio".

I VERI RIMPIANTI - "Un giorno Valcareggi mi disse che se avessi fatto una vita più regolata, sarei stato il più grande calciatore italiano. Ma ero fatto così. Quando ero in giornata e avevo voglia non bevevo e non fumavo. Per il resto: 40 Malboro al giorno, il whisky dopo pranzo, le birre, le donne: o ero un fenomeno io o erano scarsi gli altri. Mi sento fortunato. I rimpianti veri? I miei genitori che sono morti giovani, aver perso una nipotina di 4 anni. Ecco perché non potrò mai capire Pelè e Maradona che litigano per stabilire chi è stato il più grande".

FONTE: La Gazzetta dello Sport on-line

...E come poteva un personaggio del genere non essere amato dai "veronesi tùti màti"? Eppure, nonostante le mattane, Zigo dimostra con la frase su Pelè e Maradona, che sotto sotto forse è l'unico che ha capito tutto nel "calcio dei grandi" a cui appartiene di diritto: GRANDE ZIGO!!!

- TRA CHE GUEVARA E PADRE PIO
«Credevo di essere più forte di Pelé»

«Gli arbitri in buona fede? Ma per favore...»

«Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso»

«Mi arrabbio quando i calciatori si lamentano. Andate in miniera...»


C'è l'arbitro per l'appello «Ma Zigo era nascosto...»
STORIE DI EX. Aneddoti in serie l'altra sera a TeleArena (la replica stasera a mezzanotte)
Penzo e Salvioni: «Andammo noi dalla società per evitargli il ritiro...»

"Dio Zigo, pensaci tu". Lo striscione era questo, "...e me l'ha fatto solo a Verona". Il dio Zigo ogni tanto ci ripassa, da Verona. "Gli amici, i ricordi, la nostalgia... E l'Amarone. Cosa vuoi di più dalla vita?". Il dio Zigo c'è passato anche in settimana, da Verona. Lui, Nico Penzo, Sandro Salvioni più un altro mattocchio geniale come Vinicio Verza. "Palla lunga e pedalare", diventa presto uno show. L'Amarone va giù a fiumi, sgorgano pure i ricordi. Facile giocare Brescia-Verona, sul filo dell'amarcord. "Ti ricordi, Zigo?", lo incalzano Penzo e Salvioni. "Mi ricordo, sì..." ridacchia Zigo. "Io al Brescia non volevo andare, ma poi mi trovai bene. C'era Gigi Simoni, in panchina, eravamo stati compagni di squadra. Vieni, mi disse, ci dai una mano... E grazie a me, andammo in A...". Ridono tutti, ma un po' è vero. Penzo e Salvioni raccontano un aneddoto bellissimo. "Ti ricordi, Zigo, quando la società ci portò in ritiro? All'inizio c'era stato qualche problema, così si partiva per il ritiro praticamente a inizio settimana...". E che successe? Successe che Zigo disse ai compagni: "Ragazzi, se volete che vi dia una mano, ve la dò, ma io in ritiro non vengo...". E allora, che successe? Una cosa più unica che rara, forse soltanto a Maradona, ai tempi del Napoli, furono concessi privilegi come questi. "Andammo in tre o quattro dalla società - riprende Penzo - a chiedere che risparmiasse il ritiro a Gianfranco. E la richiesta venne accolta...".

Il vecchio Zigo, 68 anni domenica scorsa, ha gli occhi lucidi. "Me lo ricordo..." sussurra. "Vedi, il nostro calcio era questo, era pieno di umanità, di passione, di amicizia. Questo è uno dei più bei ricordi, perchè la squadra poteva fregarsene, lasciarmi perdere, dirmi che eravamo tutti uguali... A parte che non eravamo tutti uguali (ride), ma quella richiesta era soprattutto un gesto d'amicizia. Che io ripagai, trascinando il Brescia in serie A... Beh, trascinando è una parola grossa..." scherza. Un altro po' d'Amarone gli "asciuga" gli occhi. "Però, quella volta, ma eravamo al Bentegodi, dissi di no a Simoni. Gigi, gli dissi, io in questo stadio, non posso giocare contro il Verona...". Non chiedetegli un confronto. "Sono stati due momenti diversi della mia vita e della mia carriera" racconta Zigo. "Al Brescia mi hanno voluto bene, abbiamo vinto un campionato e ho un bellissimo ricordo. Ma a Verona sono diventato Zigogol, Verona è casa mia, Verona è tutto... E non parlo solo dal punto di vista sportivo, quello viene dopo... Cosa volete che sia il calcio, è una parentesi, quello che conta è la vita di tutti i giorni. E questa città mi ha amato e continua ad amarmi...". E' uno Zigo di grande sensibilità, quello che si racconta. "Ma Zigo è così" interviene Penzo. E Salvioni. "Lui è sempre stato un generoso, uno abituato a dar tutto per gli altri e questo la gente l'ha sempre capito...".

Anche a Brescia, l'hanno capito. "E poi, lui era unico anche per come viveva lo spogliatoio..." sottolinea Salvioni. "Mi ricordo che durante un Brescia-Lecce, mi pare fosse entrato dalla panchina, aveva sbagliato un paio di gol, uno da due passi. Era disperato. Poi, gli capitò una palla, fece gol e per festeggiare, corse dritto negli spogliatoi. Lo vedemmo imboccare la scaletta, andò a farsi la doccia. restammo in dieci, meno male che non mancava molto alla fine...". Uno spasso. "E quella volta, dov'è Zigo?" stavolta parla Penzo. "Prima di una partita, arriva l'arbitro per fare l'appello. "11, Zigoni". Ci guardiamo tutti, dov'è Zigo, se lo chiede anche Simoni. Andiamo nell'altro stanzone, c'era la vasca per l'idromassaggio, lui era dentro, nascosto... Lui era fatto così...". Ci fossero ancora, quelli grandi come lui... E il presente? Tutti d'accordo, l'Hellas è costruito per la A. Penzo non ha dubbi: "Con quella squadra, non può non salire direttamente...". Qualche dubbio lo solleva Salvioni: "Attenti alla B, è micidiale...". E Zigo? "L'Hellas in A, poi prende come quinta punta un certo Zigoni...". Tutti ridono, lui si fa serio. "No, non io, ma GianMarco, mio figlio. E' il sogno della mia vita, vederlo con la maglia dell'Hellas. Io sogno ancora,, i sogni non finiscono mai..." Così parlò Zigogol...

FONTE: LArena.it


Imperversò tra gli anni Sessanta e Settanta: attaccante di talento, amava dissacrare il sistema. Gli piacevano le armi e nei ritiri si divertiva a prendere di mira i lampioni. Assieme a Mascalaito, suo compagno al Verona, e per la disperazione di Valcareggi, allenatore dell'Hellas all'epoca.
«Finché un giorno - racconta Zigo-gol - a caccia, colpii un merlo, che cadde vicino a un laghetto. Mi avvicinai per raccoglierlo e incrociai il suo sguardo. Lui era ferito, ma vivo, e i suoi occhi mi dicevano: "Brutto bastardo che non sei altro". Mi sentii un mostro. Lo strozzai per non farlo soffrire, gettai la carabina e mi ferii volontariamente alla fronte con il filo di ferro di un vitigno. Sanguinavo. Il giorno successivo vendetti i fucili».
Zigo-gol, il ribelle col cuore grande.

Nei turbolenti inverni degli anni Settanta era solito indossare una pelliccia bianca e portava la pistola infilata nella cinta dei pantaloni. «Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. M'immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: "Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona...". Ero pazzo furioso».

Così si racconta Gianfranco Zigoni, detto Zigo-gol.
Zigoni come Ezio Vendrame, anarchico era e tale è rimasto.
Vive in un paesone di origini romane, l'antica Opitergium, ma non vuole che se ne faccia cenno: «Guai a voi se nominate questa cittadina». Ok Zigo, ma un posto bisogna indicarlo. «Scrivi che ci siamo visti al quartiere Marconi, il mio Bronx. Da bambino ci giravo armato di fionda, più cresciuto tenevo sotto controllo il territorio con la carabina».

In realtà l'incontro si consuma alla cascina Vallonto, nelle campagne del paese innominabile.
Un casale di fine Ottocento, con la vigna e le galline ruspanti, proprietario Giovanni Vendrame, nessuna parentela col Vendrame di cui sopra, ma un passato calcistico degno di rispetto.
«E' stato il capitano dell'Opitergina per tanti anni».
Con Zigo c' è il nipote, Giancarlo Bruniera: sono le undici del mattino e si stappa la prima bottiglia di bianco. Seguiranno bicchieri di rosso, salame e uova sode. Zigo spiega: «Qui veniamo a ritemprarci, a fare i nostri ritiri spirituali».
Alle pareti tante foto di Zigo calciatore, il motto «la gloria è tutto e il tutto è nulla» e tre immagini dominanti: Ernesto Che Guevara, con la scritta «o patria o muerte», Padre Pio e la Madonna.
Zigo illuminaci: com'è possibile conciliare il Che con il santo di Pietrelcina e con l'Immacolata?
«Mai sentito parlare di Gesù Cristo? Questo signore, duemila anni fa, è venuto sulla terra per dirci che gli uomini sono tutti uguali. E il Che cosa predicava? Che in ogni parte del mondo bisogna combattere l'ingiustizia. Il Che e Gesù sarebbero andati d'accordo, ma stà attento: io non sono comunista, per quanto sia fedele al calcio di una volta. Voglio dire: per me il numero 7 è l'ala destra e l'11 è l'ala sinistra».

Ok Zigo, però il Che e Fidel Castro, a Cuba, hanno fatto una bella rivoluzione comunista.
«Io non posso dirmi tale perché a me i soldi non fanno schifo, nel senso che ne riconosco l'importanza. Senza denaro non si vive. Ho quattro figli e, per quanto una sia già avvocato e si mantenga da sé, a quelli minorenni devo comprare i jeans e le scarpe da ginnastica. Faccio acquisti, dunque sono consumista, non comunista. In più ho il telefonino».
Perché? E' grave?
«Gravissimo, ma sono stato costretto ad arrendermi. Mia moglie non si fida, vuole sapere subito in quali guai mi infilo».
Zigo s'infervora. «A me ribolle il sangue quando sento i calciatori lamentarsi. Ueh, ragazzi: andate a fare un giro in miniera. Mio padre si è rovinato i polmoni a furia di lavorare nella fabbrica delle schifezze, uno stabilimento che ha ammazzato tanta gente di questo posto. Mio padre è morto e lui, il padrone, vive in un castello con parco annesso. Queste sono le ingiustizie. Se fosse vivo il Comandante... Io da giovane volevo fare la rivoluzione».
E invece, caro Zigo, facevi il calciatore.
«Ma non ho mai frequentato il gregge. Ho accumulato più giorni di squalifica che gol perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni Settanta: all'epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione».


Gli aneddoti sgorgano («Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juve: ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli») e si arriva a Pelé: «Sta' a sentire, io avevo una grande opinione di me. Pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l'avversario e lo colpivo col mio pugno, che era micidiale. Fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky. Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelé. In amichevole, all'Olimpico. Mi dico: "Oeh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé". Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni Sessanta, tripletta mia. "Ragazzi - dichiarò il Trap quel giorno - Zigoni è meglio di O Rei". Lo aveva ammesso Santamaria, gran difensore, dopo una sfida Juve-Real Madrid. Io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Sivori: "'Sto chico è migliore del negro". Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l'amichevole col Santos, vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: "Zigoni lascia l'attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui"».
Perché cambiasti idea"? «A un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore».

Chiusura mistica: «Cristo e il Che sono gli unici immortali transitati sulla terra. Loro vivono, noi siamo morti».

LA SCHEDA
Gianfranco Zigoni nell'estate del '61 approda al settore giovanile della Juventus e debutta in A con la maglia bianconera all'età di 17 anni e 15 giorni il 10-12-1961, in Udinese-Juve 2-1.
Alla Juventus rimane fino al 1964, poi un biennio al Genoa (1964-1966), dove diventa un idolo della gradinata Nord (8 gol in A e 8 in B). Nel '66 il ritorno a Torino: vince lo scudetto del '67 e resta fino al '70.
In totale, con la maglia bianconera, Zigoni colleziona 86 presenze e 23 reti in serie A.
Zigoni si esibisce nella Roma per due stagioni, dal '70 al '72, e in campionato gioca 49 partite e segna 12 reti.
Nel '72 il ritorno al Nord, a Verona. Questo il suo bilancio in gialloblù: 106 gare e 20 reti in A, 33 gettoni e 9 centri in B.
Zigoni chiude la carriera professionistica a Brescia: due anni in B, dal 1978 al 1980, 40 gare e 4 gol.
In Nazionale Zigo-gol vanta una presenza, il 25-6-1967 a Bucarest, Romania-Italia 0-1, partita valida per le qualificazioni all'Europeo '68.
Oggi Zigoni allena i bambini (6-10 anni) del Basalghelle

E PER FINIRE...
Quella volta... che Valcareggi lo escluse dalla formazione titolare del Verona, e lui si presentò in panchina a Bentegodi con una pelliccia di volpe e un cappello da cowboy. «Ma la domenica dopo il vecchio Valca mi fece giocare».

Quella volta... in cui si fece cucire la Zeta («Di Zigoni e di Zorro») sui pantaloncini. «Fui il primo, trent'anni fa non si usava. E fui anche il primo a giocare con le scarpe rosse e gialle. Sono sempre stato uno spirito libero, ero sempre me stesso, nel bene e nel male: non come i calciatori di oggi che sembrano fatti con la fotocopiatrice. A quei tempi, giravo in Porsche. Oggi ce l'hanno tutti. E allora vado in bici».

Quella volta... che in ritiro con la nazionale Juniores tirò addosso a Boninsegna una palla da biliardo. «Era appena arrivato in Nazionale e voleva fare tutto lui: battere le rimesse laterali, le punizioni, i calci d'angolo e allo stesso tempo andare a colpire di testa. Gli ho fatto capire chi comandava». Mancò di un niente l'occhio di Bonimba, che da quel giorno girò al largo dalle punizioni e calci d'angolo.

Quella volta... che ebbe una discussione con l'allora allenatore della Juventus Heriberto Herrera, lo alzò da terra, chiamò la squadra sotto la finestra della sua stanza e lo lasciò ciondolare nel vuoto per un paio di minuti. «Cominciò lui, perché mi diede a freddo un pugno sullo stomaco. A quel punto non ci vidi più: meritava una lezione».

Quella volta... che andò a discutere il contratto col presidente del Verona Garonzi e sapendo che questi teneva una pistola nel cassetto della scrivania, aspettò il momento opportuno, aprì il cassetto, prese al volo la pistola e gliela puntò. Uscì dall'ufficio con un sostanzioso aumento.


Quella volta... a che all'esordio in Nazionale a Bucarest nel '67 giocò («Divinamente, d'altronde ero il più forte...») solo un tempo, poi nella ripresa decise che era meglio riposare. «Faceva un caldo terribile. Nel secondo tempo Rivera andò a cercarsi l'ombra sotto la tribuna, e gli altri fecero più o meno lo stesso. E perché io dovrei essere l'unico a correre?, pensai. Esordiente sì, ma cretino no». L'Italia vinse, ma da quel giorno "Zigo" non giocò più in maglia azzurra.

Quella volta... che dopo un Lazio-Juve uscì in mutande all'Olimpico, perché il difensore che lo marcava non riuscendo a stargli dietro gliele aveva sfilate. «Con le regole di oggi, se qualcuno cercasse di fermare uno come Zigo si beccherebbe il cartellino rosso dopo cinque minuti. Dicono che una volta si giocava al rallentatore? Balle. Questi di oggi corrono, perché non sanno fare altro. Si chiamano "calciatori" perché calciano tutto quello che gli capita sotto tiro. Noi eravamo "giocatori", perché ci piaceva giocare».

Quella volta... che alla Roma prima di una punizione dal limite finse di litigare con Bob Vieri (il padre di Christian) e cominciò a tirargli la barba. «Era un modo per far perdere la concentrazione al portiere». Inutile dire che tirò la punizione e segnò.

Quella volta... che l'amico Logozzo protestò perché in ritiro tutta la squadra era costretta ad alzarsi alle 8 mentre Zigo poteva starsene a letto fino a quando gli pareva. «Valcareggi lo prese da parte e gli disse: quando avrai anche tu due piedi come Zigoni, allora potrai dormire fino a mezzogiorno».

Quella volta... che sulla sua Porsche azzurra, per evitare un trattore, uscì di strada, fece due-tre capriole, finì in un fosso, distrusse la macchina, non si fece un graffio e si finse morto. «Stavo tornando a casa dopo l'allenamento, ma andavo piano, te lo giuro. Dietro di me e 'erano Maddè e Costa, il medico del Verona. Scesero dalle loro auto e corsero a prestarmi soccorso. Appoggiai la testa sul volante e finsi di essere morto: quando si avvicinarono di corsa al finestrino, sorrisi e gli feci l'occhiolino. Per poco non schiattarono lì sul posto».

Quella volta... che sognava di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. "M’immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: ‘Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona...’"

Quella volta... che nel corso di un Verona-Vicenza, amichevole di fine stagione (con Vendrame dall'altra parte: che partita!), si destò dal suo torpore endemico, saltò in dribbling 4 avversari e infilò il pallone all'incrocio dei pali, salvo poi andare dritto negli spogliatoi, a 20 minuti dalla fine della gara. Risultato? Gli ultimi 20 minuti si giocano in un silenzio assoluto, perchè il pubblico ha abbandonato letteralmente lo stadio quando il suo idolo ha deciso di uscire dal terreno di gioco.

Quella volta... che si è guardato alle spalle. «Sono stato fortunato. Mi sono divertito un sacco. Rifarei tutto, non rimpiango niente. Ho giocato a calcio per vent'anni (ha esordito nel '61, a diciassette anni, con la Juve, poi ha vestito le maglie di Genoa, Roma, Verona e Brescia, dove ha chiuso nel 1980, n.d.a.) e dappertutto mi hanno voluto bene. Sto bene con me stesso, e questa è la cosa più importante. Adesso insegno ai bambini a giocare a calcio (è responsabile della scuola calcio dell'Opitergina)»

Quella volta... che disse: "Sono il Pelé bianco". «E il bello è che qualcuno finì per crederci, io per primo...».

FONTE: StorieDiCalcio.Altervista.org


Gianfranco Zigoni


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

«Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri.»
(Gianfranco Zigoni)


Palmarès
* 1 Campionato Primavera, 1963
* 1 Coppa delle Alpi, 1963
* 2 Scudetti, 1961 e 1967
* 1 Trofeo Anglo-Italiano, 1972
* 2 promozioni in Serie A, 1975 e 1980
* 1 promozione in Seconda categoria, 1984

Presenze in Nazionale
Il 25 Giugno 1967 a Bucarest ROMANIA 0-1 ITALIA valevole per la qualificazione agli Europei del 1968


Gianfranco Cesare Battista Zigoni (Oderzo, 25 novembre 1944) è un ex calciatore italiano.
Idolo delle tifoserie delle squadre in cui ha giocato, si è procurato con gli anni una reputazione di ribelle ed eccentrico a causa del suo amore per l'alcol, le donne e i motori e per alcuni suoi comportamenti piuttosto bizzarri. Divenne per questo uno dei calciatori simbolo degli anni settanta[2].
Ha timbrato 265 presenze e 63 gol in A con le maglie di Juventus, Genoa CFC, Roma, Verona, oltre a tre convocazioni in Nazionale, dove però scese in campo solo una volta.

I primi anni
Nativo di Oderzo, ha trascorso l'infanzia nel Quartier Marconi, zona ai margini meridionali della cittadina, provenendo da una numerosa famiglia contadina.
Da adolescente giocò nel Patronato Turroni, la squadra giovanile dell'oratorio. Notato dagli osservatori della Juventus, entrò nelle giovanili del Pordenone, all'epoca società satellite dei bianconeri, quindi si trasferì a Torino, debuttando in prima squadra il 10 dicembre 1961 in campionato contro l'Udinese a diciassette anni. All'epoca giocò anche un'amichevole con il Real Madrid, persa dagli juventini per 3 a 1: la leggenda vuole che al termine della gara Josè Emilio Santamaria, difensore del Real, lo paragoni a Pelé con tanto di bestemmia annessa.
Nel 1961 giocò proprio contro Pelè in amichevole contro il Santos.
Zigoni, in tre anni alla Juventus, giocò in campionato quattro partite in Serie A segnando un gol. Con una sola presenza nella stagione 1960/61, ovvero l'esordio in serie A e nei campionati professionistici, poté fregiarsi del titolo di campione d'Italia 1961.

Al Genoa
Nell'estate del 1964, Zigoni si trasferì al Genoa. Nella sua prima stagione in Liguria segnò, in media, un gol ogni tre partite: saranno otto in tutto al termine della stagione in cui però la squadra retrocesse.
Nella stagione successiva esordì in Serie B, segnando 8 gol in 34 incontri: la squadra non ottenne la promozione per due punti, classificandosi quinta.

Alla Juventus
Al termine del prestito Zigoni fece ritorno a Torino: con la Juve nella stagione 1966-67 vinse il suo unico scudetto, contribuendovi con 8 gol in 23 partite. Nella stagione successiva giocò le sue uniche partite in Coppa dei Campioni.
Al 25 giugno 1967 risale invece la sua unica partita in nazionale, Romania-Italia 0-1. Verrà convocato altre due volte, senza però scendere in campo.
Anche nelle stagioni successive le sue presenze in campo non furono mai più di 22-23 all'anno, complici anche le frequenti squalifiche dovute al suo temperamento irrequieto. I gol invece calarono: sette nella stagione 1967-68, appena tre in quella successiva, quattro (in 14 gare) nella stagione 1969-70, l'ultima con la casacca bianconera.
In totale con la Juventus Zigoni segnò 35 gol in 122 partite. Anni dopo dichiarò che tra tutte le squadre con cui aveva giocato, solo la Juventus non gli era rimasta nel cuore, per la freddezza di dirigenti, città e tifosi.

Alla Roma
Zigoni va quindi a giocare nella capitale, nella Roma di Amarildo, Luis Del Sol, Aldo Bet e Franco Cordova. L'allenatore è Helenio Herrera.
Nei suoi due anni con la "Rometta" mise a segno 12 gol in 49 partite, ottenendo un sesto ed un settimo posto in serie A. Nella sua seconda stagione giallorossa vinse il Trofeo Anglo-Italiano, contribuendo tra l'altro con un gol in finale, nel 3 a 1 contro il Blackpool F.C. il 24 giugno 1972.

Al Verona
Nel 1972, a ventotto anni, venne ingaggiato dal Verona. Negli anni passati in Veneto segnò meno che nelle stagioni precedenti, ma continuò a mettersi in evidenza, specie in episodi come il 5 a 3 al Milan del 20 maggio 1973.

La "Fatal Verona"
Il 20 maggio 1973, ultima giornata di campionato, il Milan in testa alla classifica doveva vincere a Verona per vincere lo scudetto: il giorno precedente l'allenatore rossonero Nereo Rocco aveva definito la gara una pura formalità. Furono invece i veronesi a vincere per 5 a 3, permettendo alla Juventus di superare di un punto i rossoneri e vincere il quindicesimo titolo. Zigoni in quella gara non segnò, ma realizzò gli assist al a Livio Luppi. Questo fu il primo dei due episodi che fece diventare la città scaligera per i milanisti la Fatal Verona. Zigoni quindi per la terza volta aveva contribuito a far vincere uno scudetto ai bianconeri; stavolta, però, vestendo la maglia di un'altra squadra.


Gli anni successivi
Nel 1974 la squadra venne retrocessa d'ufficio all'ultimo posto per illecito sportivo: Zigo, nonostante una generosa offerta dell'Inter, rimase, contribuendo nella stagione successiva all'immediata promozione con 9 gol, il massimo numero di reti da lui segnato nelle sei stagioni veronesi. Nelle due annate successive segnò 2 gol in 18 presenze e 6 gol in 26 presenze: la squadra si classificò rispettivamente undicesima e nona. Nella stagione 1975-76 la squadra raggiunse, e perse, la finale di Coppa Italia.
Nella stagione 1977-78, l'ultima a Verona, andrà a segno soltanto una volta in 26 partite.

Al Brescia
Nel 1978, ormai 34enne, passò al Brescia. La squadra, in Serie B, stava per uscire da uno dei periodi più bui della sua storia grazie all'allenatore Luigi Simoni. Durante il suo primo anno segnò 4 gol in 21 partite: la squadra arriva ottava.
Nella stagione successiva invece i lombardi ottennero il terzo posto e la promozione in A. In quella stagione Zigoni non andò mai in rete in 19 presenze, uscendo quindi dai piani della società.

Il ritorno a casa
Nell'estate del 1980, quella dello scandalo del "Totonero", Zigoni fu contattato di nuovo da Luigi Simoni, nuovo allenatore del Genoa, per tornate a giocare in Liguria, ancora in Serie B. Zigoni, ormai trentaseienne, preferì tornare ad Oderzo abbandonando il professionismo e andando a giocare nella squadra della sua città, ritrovandosi in squadra il suo concittadino Renato Faloppa. Nella cittadina trevigiana giocherà tre anni.
La dirigenza biancorossa, potendo contare su due "stelle" come Zigoni e Faloppa, puntava alla promozione in serie C2: la squadra invece finì il campionato penultima. Nella stagione 1981/82 invece la squadra perse la promozione soltanto allo spareggio contro il Pro Gorizia, mentre l'anno successivo arrivò terza.

A Piavon
Zigoni accettò poi la proposta dei dirigenti dell'Unione Sportiva Piavon, squadra di Terza Categoria, dove ottiene una promozione alla Seconda Categoria.
A Piavon, frazione comunale di Oderzo, terminò la carriera a quarantatré anni, contribuendo alla salvezza della squadra: l'ultima partita della carriera, nel maggio 1987, la giocò contro il Musile di Piave, segnando quattro gol: la gara finì 5 a 4 e la notizia venne pubblicata perfino dalla Gazzetta dello Sport.
Nello stesso periodo gestiva un negozio di articoli sportivi a Oderzo sempre insieme a Faloppa.

Dopo il ritiro
Dopo il ritiro Zigoni entrò come allenatore nel settore giovanile dell'Opitergina. Una decina di anni dopo lasciò polemicamente la società per andare ad allenare i giovanissimi nel Ponte di Piave e nel Basalghelle, due società dilettantistiche della zona.
Ha avuto quattro figli: di questi, uno ha tentato la carriera sportiva, così come alcuni suoi nipoti.
Nel 2002 ha pubblicato, per le edizioni Biblioteca dell'Immagine di Pordenone, il libro Dio Zigo pensaci tu, un'irriverente e romanzata biografia, scritta dall'amico e collega Ezio Vendrame.
Oggi è responsabile della Scuola Calcio del Basalghelle a lui intitolata, e viene spesso invitato a partecipare come opinionista in trasmissioni calcistiche in televisioni locali.

FONTE: It.Wikipedia.org


Il figlio di Zigo debutta fra i professionisti con un gol! Gianfranco: 'E' un predestinato! Fortuna che non ha la mia testa...'
- Zigoni lancia Zigoni "Che coppia saremmo stata"
Il figlio debutta con un gol nel Treviso e papà Gianfranco, genio ribelle degli anni Settanta, non nasconde la commozione: "È un predestinato, me lo ha confermato il parroco. Per fortuna non ha preso il mio carattere"
Una lacrima sul viso, come nella canzone di Bobby Solo. "Quando Gianmarco ha segnato, mi sono messo a urlare, l’ho fatto per nascondere la commozione. Sai, io sono Zigo e non è che posso piangere con tanta facilità". Da uno Zigoni all’altro. Da Gianfranco, classe 1944, detto Zigo-gol o Dio-Zigo, a Gianmarco, classe 1991. Padre e figlio. Il papà giocò nel Genoa, nella Juve, nella Roma, nel Verona, e aveva piedi da artista, degni di Pelé. Il suo ragazzo gioca nel Treviso e ieri ha segnato il primo gol in serie B, ad Ancona.

 
 

Zigo, che effetto fa vedere una maglia con la scritta Zigoni? Siamo nel 2009, non nel 1969.
"E’ stata una delle cose che mi ha emozionato di più. Quando giocavo io, c’erano i numeri dall’uno all’undici e tanti saluti. Lunedì sera ero più teso di quando debuttai nella Juve. Non c’è niente da fare, per un figlio si provano cose che non si sentono neppure per se stessi, però poi mi sono un po’ arrabbiato".
Perché?
"Perché l’allenatore l’ha sostituito all’inizio del secondo tempo. Se l’avesse lasciato dentro, Gianmarco avrebbe fatto un’altra rete. Ne sono sicuro, lo conosco, si stava ambientando. L’ho visto smarcarsi da dio. Se a fianco gli avessero messo un’altra punta… Pensa che lui, nelle giovanili del Treviso, ha fatto più di cento gol. E’ un predestinato, me l’ha confermato il monsignore del Patronato Turroni di Oderzo, dove viviamo. “Sai, Gianfranco – mi ha detto -, già a 7-8 anni si vedeva che Gianmarco avrebbe fatto strada, segnava sempre lui”. I preti se ne intendono di calcio, ricordatevi degli oratori".
Il figlio che cosa ha preso dal padre?
"Se potessimo giocare assieme, saremmo una coppia eccezionale. Lui è alto uno e novanta e pesa 80 chili. Un centravanti moderno, sa smarcarsi e fare gol. Io l’avrei ricoperto di palloni. Madonna che duo avremmo formato. Peccato, se non avessi qualche annetto di troppo ritornerei in campo per fargli qualche assist".
A chi assomiglia Gianmarco?
"Non vorrei dire una cosa esagerata, ma qualche volta mi sembra che abbia qualcosa del Van Basten. Per fortuna, in tema di carattere, non ha preso niente dal padre. Accetta le decisioni degli arbitri, mentre io… E’ posato. Serio, determinato. Ora è in camera a studiare, fa la quarta ragioneria e ci tiene al diploma. Non mi chiede la luna, si accontenta di un cioccolatino. A volte ho l’impressione che lui sia il padre e io il figlio".
Che futuro prevedi per lui?
"Il futuro è suo, Gianmarco deciderà che cosa fare. Da bambino scrisse sul diario della scuola: “Voglio diventare un calciatore”. Beh mi pare che stia riuscendo nell’impresa. La prossima squadra se la sceglierà lui, più avanti. Il Treviso ha tante richieste, ma Gianmarco ha già detto che vuole chiudere la stagione qui per motivi scolastici, non gli va di cambiare classe (Milan, Inter, Napoli, Fiorentina e Genoa sono tra le società più interessate a Zigoni junior, ndr)".
E tua moglie, la mamma di Gianmarco, che cosa dice?
"Doretta ha più meriti di me, è stata lei a portarlo agli allenamenti in tutti questi anni. E’ figlia del grande Pierluigi Ronzon (ex mezz'ala di Atalanta, Milan, Napoli e Lazio negli anni Cinquanta e Sessanta, ndr). Diciamo che in Gianmarco c’è una discreta componente ereditaria".

FONTE: Gazzetta.it

04 gennaio 2010
Zigoni: «Questo calcio è senza poesia. Per fortuna ci sono i pulcini»
Zigo striglia procuratori e genitori: rovinano i giovani. «Mio figlio gioca nel Milan solo grazie alla madre»
Il calcio e il sociale, le ripercussioni della crisi, l’apocalisse di Treviso e Venezia, la favola Chievo, l’ascesa di Padova e Vicenza, le speranze del Verona… il 2009 si è portato appresso un bel po’ di eventi, alcuni belli altri sicuramente brutti. Ma qualcosa ha preservato: l’innocenza di un bambino che insegue un pallone. Un’immagine che è speranza, un’immagine dalla quale questo sport, in Veneto, deve ripartire se vuole consolidare, nell’anno del 50° anniversario della Lega Dilettanti, quel ruolo di guida regionale che da anni gli appartiene. Ne parliamo con Gianfranco Zigoni, oggi 65enne, ex campione di Juventus, Roma, Genoa, Verona e Brescia e oggi allenatore del Basalghelle, club della cintura opitergina, che lavora prevalentemente con i giovani, oltre che padre di Gian Marco, promessa veneta che l’estate scorsa è passato al Milan.

Zigoni, il 2009 è stato l’anno della crisi economica. Come si è ripercossa sul calcio dilettantistico veneto? «Sicuramente ha avuto effetti deleteri per molti club, specie per quelli che si sono viste tagliare le sponsorizzazioni. Ma il mio Basalghelle non ne ha risentito. Qui gli allenatori lavorano gratis o quasi, i ragazzini pagano una cifra irrisoria. La crisi l’abbiamo sconfitta con la passione e il divertimento. E siamo tutti felici».
Lei allena i pulcini?
«Solo i pulcini, appena crescono diventano troppo impegnativi per me. Sono meravigliosi, abbiamo un dialogo alla pari. Io sono solo un pulcino cresciuto fisicamente, non di cervello. Ed è bellissimo».
Si può dire che quello dei bambini è ancora l’unico vero calcio?
«Sì, si può dire. Ma per essere ancora migliore questi bimbi dovrebbero essere orfani o non avere genitori nati per rompere le scatole. La mia fortuna è quella di avere un presidente, il professor Domenico Favaro, che è un insegnante e spesso spiega ai genitori come va il mondo del calcio e quale ruolo devono avere. Alla nostra società non interessa vincere o perdere. Però so che ai bambini piace vincere. E pur facendoli giocare tutti è inevitabile che quelli più bravi abbiano un minutaggio maggiore».
Ci sono però anomalie che hanno un minimo comun denominatore: la bramosia di fama e di denaro. Ci sono procuratori che vendono facili illusioni a piccoli talenti in erba…
«Anche nelle piccole squadre c’è sempre un obiettivo. Il nostro presidente, ammaliato da Bulgarelli, è un grande tifoso del Bologna e il Basalghelle è una società satellite del club felsineo. Quanto ai procuratori… ci sono, non lo nego. Certo, ai miei tempi non era così. Si giocava all’oratorio, al massimo c’era un prete che ti chiedeva di andare nella sua squadretta. Ma tutto è cambiato».
Lei però ha un figlio che è approdato al Milan. Come è riuscito a tutelare Gian Marco dalle facili illusioni?
«Il merito è tutto di mia moglie. Da brava mamma ha sempre seguito Gian Marco, senza mai permettere che venisse intaccato da qualche miraggio. Giocare è sempre stata solo una scelta di mio figlio. Noi, anzi, gli abbiamo sempre detto che se fosse stato stanco del calcio non ci sarebbe stato alcun problema. Lui è bravo. Ha studiato e lo sta facendo tuttora visto che è al 5° anno di ragioneria. Lo ammiro, non somiglia certo a me. Ed è pure un talento, ben superiore a suo padre. Vedrete cosa farà fra un paio d’anni. In quattro mesi di Milan ha già fatto 20 gol. E non sono pochi».
Zigoni, il Veneto è terra di immigrati. Può essere il calcio un veicolo chiave per l'integrazione?
«Deve esserlo. Prendi un prato di sole margherite bianche. E’ bello? Sì, ma ti stufa. Prendi un prato con tanti fiori colorati. E bello e non ti stanca. Ho avuto la fortuna di allenare brasiliani, peruviani, albanesi e indiani e vi assicuro che è una sensazione meravigliosa. Vederli giocare assieme è stupendo. E trovi il bimbo nero che parla veneto perché, di fatto, è veneto a tutti gli effetti. L’integrazione è stupenda e mi fa male quando penso che a qualcuno dà fastidio».
Cosa resta del suo calcio?
«Nulla. E lo dico a malincuore. Ai miei tempi a farla da padrone erano il piacere di giocare, la poesia di Sivori, la lotta per le 100 mila lire di premio partita, l’onore di vestire una maglia. Ora ci sono le tivù, il 6 gennaio Chievo-Inter si giocherà alle 12.30… troppi interessi. La poesia è finita, c’è solo tanta falsità, anche da parte dei giocatori. Baciano la maglia e poi per un pugno di euro in più salutano e vanno in un altro club. Ma dov’è la serietà?».
Se guarda a una squadra veneta c’è un modello da imitare?
«A me piace come lavora l’Udinese che però è friulana. Tra le nostre, il Chievo sta dimostrando con i fatti di essere bravo. E il Verona, sono sicuro, tornerà…».
Intanto il 2009 ci ha lasciato in eredità due squadre come Venezia e Treviso retrocesse tra i dilettanti…
«Lo so. Nel Treviso ci ha giocato mio figlio, ho visto la serie B fino a maggio e due mesi fa ho assistito al derby d’Eccellenza con l’Opitergina. Il Venezia è in D. Venezia è una città del mondo e nel calcio dovrebbe sempre stare in serie A. In A poi mi piacerebbe vedere presto il Padova, la squadra dei miei idoli Pin e Scagnellato. Ma il calcio è come la vita: una ruota che gira. Spesso si scende, poi si risale».
Sono i 50 anni della Lega Dilettanti. Qual è la vera funzione del calcio dilettantistico?
«La funzione è sociale e di divertimento. Ma si ferma alla Terza categoria, ovvero dove non sono previste le retrocessioni. Da lì in su cominciano a prevalere interessi e denaro e tutto diventa maledettamente complicato, privo di quei valori che dovrebbero invece accompagnare il calcio nelle serie inferiori».
Zigoni, il 2010 vorrebbe che fosse l’anno di…
«Vorrei che fosse l’anno in cui tutti i bambini del mondo possano avere da mangiare ed essere almeno sereni. E poi vorrei che mio figlio Gian Marco esordisse in serie A con il Milan. Io sono un padre e per un padre la felicità del figlio è tutto».

Antonio Spadaccino

FONTE: CorriereDelVeneto.Corriere.it

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Sito stùfo? ...Ma proprio sgionfo? Bon! lora rilàsate n'attimo co' 'stì zugheti da bar dei bèi tempi: ghè PACMAN, ghè SPACE INVADERS, ghè SUPER MARIO BROS e tanti altri! Bòn divertimento ;o)

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